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Il giorno 21 Settembre 2007 si è
spento a Lione Lorenzo Tomatis, già Direttore Scientifico
del Burlo Garofolo dal 1996 al 1999. L'Istituto gli ha
dedicato il 22 settembre una breve cerimonia, di cui
riportiamo, di seguito, gli interventi del Direttore
Scientifico Giorgio Tamburlini e del Direttore Generale
Mauro Delendi. |
Lorenzo Tomatis è stato innanzitutto e
soprattutto un ricercatore e un direttore di ricerca che ha, con
assoluta coerenza, contribuito a sviluppare e trasmettere un messaggio
scientifico. E’ stato, inoltre, un intellettuale impegnato che ha
sviluppato una sua visione di politica della scienza e, in quest’ambito,
un messaggio altrettanto chiaro e coerente. E’ stato anche uno scrittore
e un uomo con una sua visione del mondo, a me pare strettamente legata
alla sua esperienza professionale. Mi sono riproposto di ricordarli,
questi suoi messaggi, entrambi inerenti a temi che mi sono
particolarmente cari.
In quanto ricercatore impegnato nel campo
della carcinogenesi sperimentale, Lorenzo Tomatis ha contribuito alle
nostre conoscenze sulla carcinogenicità di numerose sostanze chimiche.
Per citarne solo alcune, più note al pubblico: l’asbesto, il cadmio, il
DDT, il tricloroetilene, il benzene. Il suo lavoro, prima come
ricercatore in laboratorio e poi come direttore dal 1984 al 1993 dello
IARC, è stato quello di studiare i meccanismi della carcinogenesi
chimica e di testare le diverse sostanze in modo da evidenziarne la
eventuale carcinogenicità. Fondamentale il suo contributo alle
monografie che lo IARC ha prodotto a partire dagli anni ’70 , che
classificano le sostanze a seconda del rischio di indurre il cancro,
consentendo così al legislatore azioni per ridurne l’immissione
nell’ambiente o perlomeno l’esposizione nella popolazione generale e nei
lavoratori esposti. La sua linea di pensiero era che ogni sostanza
dovesse essere adeguatamente testata per il suo potenziale carcinogeno
prima di essere immessa nell’ambiente e che basarsi sulla sola
evidenza epidemiologica, benché fondamentale, rischiasse di farci
arrivare troppo tardi per consentire una azione di prevenzione
sufficientemente precoce. Analogamente, Tomatis ha sempre sostenuto che,
certo, la diagnosi precoce dei tumori è essenziale, ma che la prima
linea di difesa contro il cancro deve essere quella della prevenzione
primaria, quindi della riduzione o eliminazione della esposizione ai
carcinogeni ambientali. Avendo sempre sostenuto la rilevanza della
carcinogenesi ambientale, si è trovato a contrastare le opinioni, di
volta in volta prevalenti fra gli oncologi ricercatori, che la maggior
parte dei tumori potesse avere una origina infettiva, in particolare
virale, o, in seguito, sostanzialmente genetica. Oggi sappiamo che
l’eziologia dei tumori è multifattoriale, cioè che, a seconda del tipo
di tumore, vi contribuiscono in misura diversa tutti questi elementi, e
non vi è alcun dubbio che fattori ambientali sono decisivi nell’indurre
modificazioni del DNA, che a loro volta poi possono portare al cancro,
oppure nel contribuire allo sviluppo del cancro in individui
geneticamente predisposti. Vorrei ancora ricordare, qui, in un Istituto
materno-infantile, che uno dei suoi più recenti campi di interesse era
la carcinogenesi trans generazionale, dimostrata sperimentalmente nei
topi ma anche, purtroppo, dagli “esperimenti naturali” sull’uomo, basti
citare il caso del dietilstilbestrolo.
Come uomo impegnato prima nella ricerca
di laboratorio, prima all’Università di Torino, poi soprattutto a
Chicago, suo luogo cruciale di formazione come ricercatore, Lorenzo
Tomatis si è misurato molto precocemente con gli interessi che possono
alterare la missione della ricerca scientifica in particolare nel campo
biomedico: in un primo momento i tradizionali nepotismi che
caratterizzavano, e ancora caratterizzano, una parte del mondo
universitario e della ricerca, soprattutto in Italia; in un secondo
momento, e per tutto il resto della sua vita, i potenti interessi
commerciali in grado di impedire la ricerca, distorcerne i risultati,
impedire la pubblicazione dei risultati non graditi, promuovere studi
che hanno già risposte precostituite. E’ da ricordare la sua battaglia
all’interno dello IARC, agenzia che per il suo mandato è sempre stata
sottoposta a pressioni da parte degli interessi commerciali, ad un certo
punto toccata dallo scandalo riguardante l’attività delle grandi
multinazionali del tabacco e la loro penetrazione tra alcuni
ricercatori; la sua polemica con lo stesso IARC, una volta uscitone nel
1993, quando a suo parere l’Agenzia era diventata troppo morbida nei
confronti della pressione dell’industria; i suoi lavori a denuncia di
quello che chiamava il “business bias” e cioè quegli studi direttamente
o indirettamente finanziati dall’industria e tesi a contrastare le
evidenze sulla carcinogenicità di alcune sostanze prodotte dalla ricerca
indipendente. A causa di queste posizioni, Lorenzo Tomatis è entrato in
contrasto con una parte non piccola del mondo oncologico e scientifico,
italiano e internazionale.
Il suo più recente romanzo, “Il
fuoriuscito” è sostanzialmente una autobiografia che ripercorre le tappe
del suo esilio, prima dall’Italia come ricercatore, poi da una parte del
mondo scientifico come fautore irriducibile dell’indipendenza della
ricerca, e fustigatore di molti esperti internazionali collusi con gli
interessi dell’industria. Un altro aspetto del suo impegno, a metà
strada fra la ricerca e l’impegno politico, era la dimostrazione e la
denuncia delle disuguaglianze sociali nella esposizione ai carcinogeni
ambientali, e quindi dell’intreccio inesorabile tra la povertà e la gran
parte dei tumori.
Tomatis è stato quindi un pioniere di
istanze che sono oggi attualissime: la valutazione preventiva e a carico
dell’industria del rischio biologico delle sostanze immesse
nell’ambiente, il principio di precauzione per cui di fronte al rischio
di un danno irreversibile misure devono essere prese per proteggere la
popolazione dagli inquinanti ambientali anche in attesa di prove
incontrovertibili di nocività, la necessità della dichiarazione di
eventuali conflitti di interessi da parte di ricercatori e consulenti.
Tutti principi ora accolti: i primi nel programma REACH approvato dalla
Commissione Europea, l’ultimo dalle maggiori testate scientifiche e
dalle organizzazioni internazionali.
Per questi suoi contributi di uomo di
scienza a tutto tondo, pensiamo che dovrebbe essere ricordato dal Burlo
ogni anno con un premio a lui intitolato, da attribuirsi ad un
ricercatore che abbia dato un contributo importante nel campo della
prevenzione.
Infine, qualche ricordo personale: il
primo incontro, già significativo, agli inizi degli anni ’80, quando
allora giovane medico ebbi a constatare la sua grande preoccupazione
perché ad un bimbo ricoverato al Burlo per un piccolo intervento era
stato somministrata delle chemicetina (cloramfenicolo) farmaco noto per
il rischio di danno midollare. Nel ’96, quando Sergio Nordio lasciò la
direzione dell’Istituto, fui tra i più attivi per portarlo al Burlo
Garofolo come Direttore scientifico, e, una volta strappatogli questo
impegno, nel coadiuvarlo nell’attività di vaglio dei progetti di ricerca
che impiantammo allora con un rigore fino ad allora non conosciuto. Ebbi
modo allora di conoscerlo meglio. Non fu un rapporto sempre facile, vi
era tra noi una tensione che a volte sfociava in confronti anche
paradossali, come quando in una occasione mi rimproverò un eccessivo
moralismo. Credo mi considerasse allora troppo giovane per essere in
grado di misurarmi e misurare gli altri. Ricordo anche che, in
quel triennio in cui restò direttore scientifico, fece anche parte, su
richiesta del Ministro Bindi, della commissione Di Bella: non
particolarmente entusiasta di questo incarico, che lo costringeva ad
occuparsi di questioni parascientifiche in un ambiente non esaltante, lo
aveva accettato perché pensava così di essere utile all’Istituto. Fu
naturalmente, assieme al meglio degli oncologi italiani, fortemente
critico di quell’approccio, agli antipodi del rigore scientifico. Più
recentemente ci siamo ritrovati in diverse occasioni (come quando, due
anni fa, gli fu attribuito il prestigioso Award del Collegium
Internazionale Ramazzini) per interessi comuni nel campo della salute
ambientale, di cui era divenuto un fervente promotore. Era molto attivo
in questo campo quale presidente del consiglio scientifico
dell’International Society Doctors for Environment e della sua sezione
italiana.
La sua visione del mondo, per lo meno per
la parte che mi è stato dato di conoscere, era quella, disincantata e
amara, di un mondo dominato dagli interessi. Chi ha letto i suoi romanzi
troverà lo stile asciutto dell’uomo di scienza, ma anche l’amarezza di
chi si è trovato spesso sconfitto. Questa visione lo portava a volte a
manifestare una certa sfiducia nella capacità delle persone di restare
intellettualmente integre, o a criticarne il protagonismo, lui che
certamente era per natura schivo e si teneva lontano dai riflettori.
Anche il suo rapporto con l’Istituto è stato contrastato: pensava, e
diceva, che le professionalità presenti in Istituto erano straordinarie,
ma l’Istituto nel suo insieme troppo poco valorizzato in sede politica,
ed allo stesso tempo, con queste professionalità, o meglio con gli
uomini che le incarnavano, non aveva sempre rapporti facili. Ma
l’affetto c’era, sempre: era solito ricordarsi, ad esempio, dei suoi
passati collaboratori presso la direzione scientifica con qualche
pensiero.
Caro Lorenzo, noi tutti ci auguriamo che
tu possa ora, libero dagli affanni, sorridere con pienezza, soprattutto
nel vedere quanti sono ancora quelli che ancora si adoperano per
lasciare un mondo migliore alle generazioni che seguiranno, uno dei tuoi
costanti assilli .
Giorgio Tamburlini, Direttore
Scientifico, IRCCS Burlo Garofolo, 24 settembre 2007
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